#43 Per non enshittificarsi
Monocolture, giardini digitali e rewilding
Ciao a tutti e tutte 👋
Questa è Una goccia, la newsletter che va e viene come la pioggia inglese. In questo numero trovate un po’ di pensieri su come sta cambiando Substack, sul web come spazio selvatico da proteggere, sulle possibilità che abbiamo di resistere alla merdificazione degli ambienti digitali (enshittification, per chi ha studiato a Oxford).
Nel corso degli anni, diversi artisti hanno cercato di rappresentare il web traducendo il suo vasto sistema di network, comunità e culture in mappe geografiche capaci di rendere visibili le dinamiche di potere e di influenza che attraversano il mondo digitale.
Tra le mie preferite c’è una mappa del 2007 realizzata dall’illustratore Randall Munroe, dedicata alle community dell’epoca e ai loro luoghi di incontro online. Come chiarisce la legenda, le proporzioni dei territori rappresentati sono volutamente calibrate per restituire la popolarità, e quindi la centralità, di alcuni spazi rispetto ad altri. Osservando la mappa, si nota subito come MySpace fosse allora il social network dominante, affiancato in estensione soltanto da servizi come Yahoo e Windows Live. Più piccole, compaiono invece le “civiltà” della prima era del web: Flickr, DeviantArt, Last.fm. Mentre Facebook, Wikipedia e YouTube, seppur già presenti, non sono ancora gli imperi che conosciamo oggi. Attorno, scorrono le acque tranquille dei meme, delle sottoculture e del blogging.
Più recentemente, nel 2021, l’artista slovacco Martin Vargic ha realizzato una mappa ispirata alla cartografia antica con l’obiettivo di offrire un quadro il più possibile aggiornato della geopolitica virtuale del web. Il lavoro nasce come evoluzione di un suo progetto del 2014 e mira a mettere in luce, in maniera ancora più dettagliata, gli equilibri del globo digitale. Accanto alle Big Tech – che nella mappa assumono le sembianze di vasti imperi – trovano spazio i domini dello streaming, dell’intrattenimento, del commercio, della pornografia e, naturalmente, le attività del dark web, rappresentato come un territorio remoto e periferico.


Osservando come si è evoluta la rappresentazione spaziale e geografica del mondo virtuale, due aspetti mi hanno particolarmente colpito. Il primo è che la percezione della vastità – e soprattutto della diversità – del web dipende in larga misura dal modo in cui lo rappresentiamo: come spesso accade con i monopoli e con gli stati autoritari, l’idea che non esistano alternative è più un artificio retorico che una condizione materiale. Il secondo è che, nel tempo, la rappresentazione degli spazi online si è progressivamente spostata dai punti di incontro e dalle dinamiche comunitarie verso i domini intesi come entità autonome, privilegiando la dimensione proprietaria rispetto a quella relazionale. La mappa del 2021, in particolare, suscita in me due sentimenti opposti. Da un lato, la consapevolezza che il web sia immensamente più vasto e complesso delle cinque piattaforme che abitiamo ogni giorno; dall’altro, la constatazione che la centralità di uno spazio non dipenda più dalla cultura che produce, ma dal flusso economico, spesso legato all’advertising, che è in grado di generare.
Oggi, sappiamo già che lo “staterello” di TikTok si è ulteriormente ingrandito e che l’arcipelago dei chatbot è emerso in superficie, pronto a espandersi fino ad annettere i territori circostanti. In questo scenario, mi domando anche come verrebbero rappresentate oggi le proporzioni di questo spazio da cui sto scrivendo e in cui abbiamo creduto molto negli ultimi anni: Substack.
In un’edizione della sua newsletter pubblicata qualche mese fa, Ted Gioia racconta la rapida trasformazione che Substack ha subito negli ultimi tempi, descrivendo come il network di newsletter sia passato dall’essere un servizio di nicchia a uno dei contenitori più autorevoli del web. È curioso notare come Gioia citi una vignetta del New Yorker che ironizzava sulla diffusione dal basso della piattaforma: oggi, lo stesso magazine culturale ha aperto un proprio profilo e si prepara a portare i suoi contenuti su Substack. Gli utenti non hanno potuto ignorare l’ironia della situazione, diffondendo una versione modificata della vignetta originale.
Sebbene le trasformazioni rilevate da Gioia riflettano il clima culturale che oggi circonda la piattaforma, il quadro che propone resta parziale. Con l’introduzione delle Note – di fatto un feed social multimediale in stile Facebook – e con l’integrazione di funzionalità come il live streaming, Substack si avvicina sempre più al modello editoriale delle grandi piattaforme. E, verosimilmente, anche a un futuro sistema di monetizzazione basato sull’advertising e sugli aspetti più competitivi della creator economy. In questo modello, contenuti brevi, semplificati e potenzialmente virali finiscono per essere privilegiati rispetto alla struttura – più ampia, complessa e specifica per ogni autore e autrice – delle pubblicazioni individuali.
Nelle ultime settimane è emerso con chiarezza come un breve post nelle Note, corredato da riflessioni estemporanee o stimoli visivi accattivanti, riesca a ottenere con maggiore facilità attenzione e interazioni rispetto a un articolo lungo e curato, inviato via email (ho sperimentato personalmente questo scarto). Idealmente, queste nuove funzionalità dovrebbero offrire agli autori e alle autrici opportunità di networking, espansione dei propri orizzonti e integrazione della propria attività con forme di contenuto più immediate e accessibili. In pratica, però, l’esito più tangibile è che Substack si sta avvicinando a un modello basato sulla viralità dei contenuti e sulla crescente centralità dell’engagement basato su micro-momenti di scambio, piuttosto che sull’attenzione lenta e selezionata su contenuti approfonditi, come dimostra anche il sempre più frequente approdo di molte figure mainstream, che non trovano nella piattaforma un luogo per sperimentare, esplorare oppure offrire un servizio fuori dai confini istituzionali, ma semplicemente un nuovo outlet con cui monetizzare ciò che già producevano su Facebook, Instagram e TikTok. Come accade in questi ultimi contesti, i profili minori e i progetti indipendenti non vengono esplicitamente scoraggiati a esplorare fuori dalle tendenze, ma sono implicitamente spinti ad adottare gli stessi meccanismi e le stesse logiche, deviando i propri contenuti per adattarli a ciò che funziona.
La strategia di Substack non stupisce. È così che un territorio virtuale finisce per espandersi. Ma al suo interno la diversità tende a ridursi a monocoltura. E la cultura dei suoi abitanti, la qualità delle loro interazioni e il valore non economico generato al suo interno finiscono per degradarsi. In una parola: si enshittificano. E oggi anche Substack si sta inerosabilmente merdificando.
We used to colonize land. That was the thing you could expand into, and that’s where money was to be made. We colonized the entire Earth, and there was no other place for businesses or capitalism to expand into. Then they realized: human attention. They are now trying to colonize every minute of your life. That is what these companies are trying to do.
Sono le parole di Bo Burnham durante un intervento sui social media qualche anno fa. Abbiamo imparato a riconoscere le manifestazioni dell’economia dell’attenzione, ma dimentichiamo spesso che i processi che osserviamo nella vita materiale sono in continuità con quelli digitali. La colonizzazione – e la conseguente assimilazione di spazi, culture e pratiche in un unico modello funzionale al potere dominante – è un processo che, tra i suoi molti effetti negativi, erode la diversità e garantisce che nessuna forma di espressione o relazione possa svilupparsi al di fuori dei confini sicuri della cultura prestabilita.
Nel mondo online, i territori – ovvero le piattaforme, i servizi, i sistemi – possono scegliere se colonizzare o essere colonizzati. In entrambi i casi, però, l’esito tende a convergere verso lo stesso punto: la progressiva merdificazione dell’ecosistema digitale.
C’è un articolo su Noema su cui torno spesso: We Need To Rewild The Internet, di Maria Farrell e Robin Berjon. In questo approfondimento, gli autori propongono la strategia del rewilding – utilizzata per la tutela e la conservazione degli ecosistemi naturali – come possibile antidoto alla logica estrattiva e monopolistica del web. Così come, per salvare territori devastati dall’intervento umano, è necessario reintrodurre elementi selvatici e biodiversi, allo stesso modo il web dovrebbe recuperare la sua ricchezza “selvatica” per evitare che un unico modello di business e una manciata di attori economici ne impoveriscano la diversità e ne minaccino la vitalità.
Le monocolture, d’altronde, sono sistemi intrinsecamente fragili: richiedono grandi risorse per essere mantenute, sono estremamente vulnerabili alle malattie e, proprio per questo, dipendono da interventi chimici continui. Quando una monocoltura si ammala, l’infezione si diffonde rapidamente. È una metafora, ma funziona sorprendentemente bene per descrivere il web. L’enshittificazione attecchisce nelle monocolture digitali come un parassita, pronto a propagarsi a una velocità devastante.
Internet infrastructure is a degraded ecosystem, but it’s also a built environment, like a city. Its unpredictability makes it generative, worthwhile and deeply human. In 1961, Jane Jacobs, an American-Canadian activist and author of The Death and Life of Great American Cities, argued that mixed-use neighborhoods were safer, happier, more prosperous, and more livable than the sterile, highly controlling designs of urban planners like New York’s Robert Moses. Just like the crime-ridden, Corbusier-like towers Moses crammed people into when he demolished mixed-use neighborhoods and built highways through them, today’s top-down, concentrated internet is, for many, an unpleasant and harmful place. Its owners are hard to remove, and their interests do not align with ours.
Ma come si inselvatichisce il web?
Una delle risposte più interessanti viene dalla progressiva, seppur ancora di nicchia, diffusione di giardini digitali.
I digital gardens sono un approccio alternativo alla pubblicazione online, distante sia dalla logica dei social media che da quella dei blog tradizionali. Un articolo della MIT Technology Review li descrive come spazi personali, spesso costruiti attraverso strumenti di programmazione amatoriale, curati nel tempo fuori dalla pressione delle piattaforme mainstream. Un giardino digitale non segue il ritmo rapido dei feed, né si preoccupa dell’immediatezza o della viralità. Assomiglia, invece, a un’ecosistema di appunti, riflessioni, collegamenti e riferimenti che l’autore aggiorna man mano che cresce il proprio interesse su un argomento. Come racconta la designer Maggie Appleton sul suo blog:
A garden is a collection of evolving ideas that aren’t strictly organised by their publication date. They’re inherently exploratory – notes are linked through contextual associations. They aren’t refined or complete - notes are published as half-finished thoughts that will grow and evolve over time. They’re less rigid, less performative, and less perfect than the personal websites we’re used to seeing.
A differenza dei social, che privilegiano il flusso continuo e performativo, i giardini digitali favoriscono la lentezza, la cura, la sperimentazione, la pluralità delle forme. Sono territori piccoli e autonomi, terreni fertili di biodiversità concettuale. Nel contesto di un web sempre più omologato, costruito su piattaforme che spingono verso un unico modello di relazione transazionale e parasociale, i giardini digitali rappresentano un micro-habitat selvatico che sfugge alle logiche della monocoltura digitale, permettendo alle idee di crescere in modi non lineari, non algoritmici, non colonizzati.
Pur essendo convinta che ognuno di noi dovrebbe provare a coltivare il proprio digital garden – fosse anche solo per recuperare quella pratica di esplorazione e collezione che algoritmi e tendenze ci hanno progressivamente sottratto – sarebbe ingenuo pensare che la sola costruzione di questi spazi possa arginare la merdificazione del web.
In apertura dell’articolo su Noema, i due autori citano la scrittrice Ursula K. Le Guin: The word for world is forest. Parafrasando, potremmo invece dire: the word for internet is dark forest.
Della dark forest theory ho già parlato in un vecchio numero della newsletter (dove, tra l’altro, trovate altre mappe sul web). Secondo il fondatore di Kickstarter, Yancey Strickler, l’enshittification – insieme alla presenza sempre più diffusa e aggressiva di bot e sistemi di intelligenza artificiale – starebbe spingendo un numero crescente di persone a rifugiarsi in luoghi poco assolati del web, più intimi e protetti, lontani dalla brutalità delle logiche mainstream. Ciò che rende interessante il complesso teorico sulla foresta oscura è il suo carattere aperto e sperimentale: da un lato, la profezia di Strickler sembra effettivamente prendere forma, con un numero crescente di utenti alla ricerca di un’alternativa al web contemporaneo; dall’altro, però, si tratta di un’ideale ancora incompiuto e non del tutto in grado di contrastare la forza con cui il processo di colonizzazione digitale è ormai radicato in noi.
Quanti, nonostante lo sguardo critico, la mancanza di stimoli e le consapevolezze, non riescono ancora ad abbandonare Instagram? E quanti sperimenteranno la stessa difficoltà con Substack quando il processo di merdificazione sarà compiuto? La verità è che la maggior parte di noi semplicemente non possono permettersi di andarsene: gli strumenti di visibilità e di condivisione offerti da queste piattaforme garantiscono vantaggi che un piccolo blog, privo di promozione e infrastruttura, faticherebbe a eguagliare. Per questo, forse, per inselvatichire il web non basta rifugiarsi altrove: dobbiamo imparare a capire come preservare la biodiversità anche all’interno di questi sistemi, senza lasciare che le loro logiche ci assorbano o ci uniformino del tutto.
Tra i saggi sulla dark forest theory, quello che ancora oggi mi convince di più è quello di Caroline Busta e Lil Internet sulle comunità olografiche e sulla comunità intesa come medium: un insieme di protocolli – comportamentali, linguistici, relazionali – che rimangono stabili e riconoscibili a prescindere dalla piattaforma che li ospita. Questa concezione della comunità funziona sia come antidoto alla potenziale merdificazione di qualsiasi piattaforma che ambisca a diventare mainstream e a sostenersi con modelli di business estrattivi, sia, in alcuni casi, come potenziale strumento per prevenirla del tutto. Da questo punto di vista, la dark forest non sarebbe uno spazio, ma un modello culturale e comportamentale.
È un approccio che viene spiegato in maniera approfondita sempre su Noema, in un articolo di Renée Diresta sulla decentralizzazione del web, dove l’autrice racconta il grande esodo dalle piattaforme – soprattutto verso Mastodon e Bluesky, ovvero il fediverso – come un movimento guidato dalla ricerca di nuovi modelli comunitari. Come spiega Diresta, gli utenti stanno lasciando gli ambienti virtuali percepiti come sempre più ostili per entrare in altri strutturalmente diversi, basati su un’architettura federata composta da server indipendenti, ma connessi da un protocollo comune in cui ogni comunità può creare la propria “instance”, con un set di regole e una cultura interna specifica.
A prima vista, osserva l’autrice, questa decentralizzazione può sembrare la soluzione ideale: niente più moderazione dall’alto, meno conflitti ideologici, meno accuse di censura. Come ricorda l’economista Albert Hirschman, la scelta tra abbandonare o riformare un sistema è spesso condizionata dalla lealtà, e per anni la lealtà alle grandi piattaforme non è stata affettiva, ma strutturale: la famigerata assenza di alternative in grado di offrire la stessa massa critica, la stessa visibilità o la stessa capacità di soddisfare i bisogni degli utenti. E infatti, questa Grande Decentralizzazione rappresenta soprattutto un importante cambiamento infrastrutturale: le nuove piattaforme si fondano su protocolli – ActivityPub o AT Protocol – che spostano la governance dalle aziende agli utenti, permettendo a ogni comunità di definire i propri principi, di collegarsi o isolarsi dalle altre federazioni, e di moderare i contenuti come preferisce.
La metafora proposta è chiara: se le piattaforme centralizzate erano giardini recintati (walled gardens), i sistemi federati sono giardini comunitari (un tipo specifico di digital garden collettivo) mantenuti dai membri stessi.
L’idea più affascinante alla base di questi nuovi spazi è quella di un federalismo digitale, in cui comunità autonome convivono grazie a protocolli condivisi, modellando l’esperienza secondo valori e bisogni specifici. È un modello altamente personalizzabile: su Bluesky, ad esempio, gli utenti possono scegliere feed tematici, adottare blocklist condivise o costruirsi strumenti di moderazione personalizzati.
Questi nuovi spazi presentano però sfide significative. Come sottolinea Diresta, nonostante la promessa di una “governance distribuita”, la libertà di moderazione può avere conseguenze problematiche, mentre i server – spesso gestiti da volontari – possono trasformarsi in punti deboli dal punto di vista della sicurezza e dell’affidabilità. Inoltre, la personalizzazione dell’esperienza rischia di accentuare la frammentazione sociale, riducendo gli spazi comuni di confronto e rendendo sempre più difficile condividere un terreno culturale o politico.
Eppure, la direzione che questi nuovi spazi stanno tracciando suggerisce qualcosa su cui dovremmo riflettere: forse la sopravvivenza della biodiversità del web non dipenderà tanto dall’esistenza di territori incontaminato, immuni alla merdificazione o ai problemi di moderazione, quanto dalla capacità delle comunità di modellare e mantenere i propri ambienti – giardini, foreste oscure, istanze federate – attraverso protocolli, pratiche e culture che resistono alla standardizzazione. ll web è passato dall’essere un arcipelago di comunità a un insieme di imperi economici e, oggi, è un un ecosistema sempre più instabile, attraversato da processi di colonizzazione e da tentativi di rigenerazione. La domanda, allora, non è quale sarà il prossimo territorio a ingrandirsi o quale piattaforma verrà conquistata e poi merdificata, ma come vogliamo ridisegnare la mappa.
Se il web deve tornare a essere un ambiente vivo, complesso e imprevedibile, non potremo limitarci a spostarci da una piattaforma all’altra, né rifugiarci in radure isolate. Dovremo imparare a costruire comunità che resistono alla monocoltura, a sostenere protocolli più che piattaforme, a coltivare giardini e, quando serve, lasciare crescere la foresta. Forse il rewilding del web non darà vita a un nuovo, florido continente digitale. Sarà piuttosto un paesaggio caotico, fatto di piccole comunità resilienti, protocolli condivisi, giardini che rifiutano la potatura – persino dentro piattaforme come questa, dove possiamo scegliere di crescere come erbe spontanee e infestanti, senza cedere terreno alle specie da serra.
Se abbiamo ancora la possibilità di inselvatichire il web, allora dobbiamo tornare a ridisegnarne la mappa. E fare in modo che ci sia spazio per tutti.
Prima di salutarvi: è uscita per Mercurio la raccolta di saggi di Aiden Arata You have a new memory. Internet e la fuga perenne di cui ho avuto l’onore di scrivere la prefazione. Fatevi un regalo di Natale e compratelo. E parliamone.
Qui trovate una piccola cosa che ho scritto per Vogue e qui potete acquistarlo.
Ci sentiamo presto 👋










Sempre brava Priscilla.
Rimanendo nella metafora “intestinale” esistono batteri commensali e batteri patobionti. Come nel racconto dei due lupi che ci abitano, la differenza sta nel quale lupo decidi di nutrire.
E ahimè: il risultato è palese.
Grazie per il tuo lavoro
ti ringrazio per tutti questi stimoli. è un po' che ragiono sul riappropriarsi di spazi propri, selvatici, appunto, e qui ci sono tante riflessioni da cui ripartire.