#49 Stupidi
Cultura di riflesso e foresta oscura
Con le mie amiche la chiamavo ostentazione della stupidità. Ne ridevamo agli aperitivi e ci dicevamo: «È giusto così». A vent’anni, nei lavori precari e sottopagati che accettavo per sopravvivere, avevo tracciato un limite oltre il quale avrei reso più difficile lo sfruttamento del mio tempo. Se quel limite veniva superato – mansioni aggiuntive fuori orario, mansioni aggiuntive estranee al mio ruolo, mansioni aggiuntive assegnatemi solo per una forma di discriminazione di genere: lavori di segreteria, di cura, multitasking – allora, semplicemente, diventavo stupida. Abbassavo i watt del cervello. Nella mente calava la penombra, e la fabbrica a vapore nella mia testa rallentava di colpo la produzione: gli operai pigri e sonnolenti, gli ingranaggi meno oliati, rumorosi, lenti. La mansione veniva portata a termine, ma non senza aver trasformato la mia fatica e i miei limiti in un elefante ottuso e chiassoso nella stanza, costantemente bisognoso di aiuto per non rompere i cristalli. Il lavoro è dispendio di energia e il mio obiettivo era farne spendere tanta quanta ne avrei spesa io per portare avanti quell’incarico extra a chi non dava valore al mio impiego. Soprattutto, sapevo che dimostrare la mia capacità di svolgere il compito bene, nei tempi desiderati, mi avrebbe condannata a una nuova mole di lavoro non retribuito, silenziosamente incorporata nel mio carico quotidiano.
Una cosa che invece non mi è mai riuscita, ma che ho sempre sognato di fare: dire non lo so. Farebbe bene a tutti, almeno una volta al mese. Se avessi un’agenzia di comunicazione fallirebbe nel giro di due trimestri. Ma prima di dichiarare bancarotta assicurerei tra i benefit dei miei dipendenti non solo il boccione d’acqua e la borsa di tela siglata con la frase simpatica, ma anche la possibilità di rispondere non lo so alle domande. Qual è il ritorno sull’investimento di una campagna pubblicitaria con l’influencer pagata trentamila euro per oliarsi la faccia con un nuovo siero? Non lo so. Qual è la leva emotiva in una donna di trentasei anni che decide di acquistare una crema rassodante alle tre di notte dopo aver visto un video di una sconosciuta che piange in bagno? Non lo so. Possiamo trasformare questa community in una pipeline? Non lo so. Possiamo capitalizzare il trend del momento senza sembrare un brand che cerca di capitalizzare il trend del momento? Ci serve una strategia per Threads o dobbiamo solo che aspettare che muoia? Non lo so. Non lo sappiamo. Guardatevi attorno. Vi sembra che ci capiamo qualcosa? Ne sappiamo quanto voi. Forse un pochino di più, ma nel computo totale di una realtà in cui nessuno ha mai usato così tante avversative e va improvvisamente di moda ordinare caffè e brioche per l’happy hour serale, non sappiamo nulla. Andare virali non è più cool, avere zero follower invece è cool, il quiet luxury non è più quieto, per essere creator di successo ora bisogna fare un po’ schifo, Underconsumption core! Trend fatigue! Identity building!
Cosa sta succedendo? Cosa verrà dopo? L’unica risposta sensata è: non lo so. Non lo so se questa campagna farà vendere più sieri, più salamini, più assicurazioni, più corsi per diventare se stessi in sei settimane. Non lo so se il pubblico si sentirà visto o profilato. Non lo so se il tono è troppo ironico, troppo poco umano, troppo umano, troppo da brand che finge di non essere un brand, ma un amico o una community. Non so nemmeno se da domani lavoreremo solo quattro giorni a settimana o dodici ore al giorno tutti i giorni con una pausa obbligatoria per respirare consapevolmente. Non so se l’intelligenza artificiale ci farà risparmiare tempo o se useremo il tempo risparmiato per produrre altre ottantasette versioni della stessa cosa, ognuna con una sfumatura diversa di disperazione. Non so se il futuro sarà fatto di automazione o di lavori pagati sempre peggio, di città senz’auto o di SUV sempre più grandi, di corpi ottimizzati o di persone esauste che comprano spirulina, collagene e lampade per simulare l’alba.
Ultimamente lo uso molto più di quanto vorrei ammettere. Ho sempre qualcosa da chiedergli. Fra quanto morirò? Posso bere con l’antibiotico? Posso bere con l’antistaminico? Posso bere con il magnesio? Distruggerai davvero l’umanità tra cinque o dieci anni? Lui non è fatto per rispondermi che non lo sa, ma per stringere il laccio della nostra relazione tossica facendo leva sull’insaziabile bisogno di comunicazione che attraversa la nostra specie come una condanna. Le risposte non sono mai soddisfacenti, non capisco mai se la sua sia un’ostentazione di stupidità o di intelligenza.
Non è neanche l’unica relazione tossica di cui mi nutro. Ogni giorno salvo talmente tanti reel di creator che vogliono spiegarmi qualcosa sulla vita che, se volessi ritrovare quelli di poche settimane fa, farei una fatica immensa. Non penso mai di smettere, di fare un respiro profondo e bloccare lo schermo del telefono. Penso, piuttosto, di scrivere a Instagram per chiedere come sia possibile che nel 2026 ancora non esista una barra di ricerca interna ai contenuti salvati, un archivio consultabile delle mie nevrosi recenti. Penso che, se solo potessi trasmettere con il pensiero al mio smartphone quello che ho in mente, lui mi risponderebbe: «Ah, certo, eccolo qui. Cercavi il reel su come stimolare il sistema linfatico senza acquistare una pedana vibrante da cento euro su Amazon. Era tra la notizia che Ikea ha prodotto un lecca-lecca a forma di polpetta e il video di un robot che rincorre una mandria di cinghiali in Polonia senza che nessuno glielo abbia comandato». Non ne vado fiera, ma lo diceva già Siti: per appassionarsi a un mestiere di merda, bisogna merdificarsi. Figuriamoci per sopravvivere in un mondo di merda.
Oggi le cose me le spiegano solo i bot o persone insensatamente giovani. Sono una chimica e ti spiego cosa mettere sulla pelle. Sono un nutrizionista e queste sono le cose che stai sbagliando. Ho guadagnato questo pugno di follower e due glutei perfetti facendo queste cose incredibili e facilissime, che puoi fare anche tu a partire da adesso. L’altro giorno ho salvato un video con gli stessi identici consigli di tre creator diverse. Senza un motivo. Non so perché lo faccio. Probabilmente perché spero di farci una newsletter. Non so neanche perché lo facciano loro. Una parte di me non riesce a credere che questo slancio verso l’ottimizzazione totale interessi davvero a qualcuno, salvo a una ristrettissima cerchia di persone molto giovani, molto ricche e molto belle raccolte in punti strategici dell’Occidente. Io salvo compulsivamente i contenuti perché non so nulla. Non so perché, se frullo duecento grammi di fiocchi di latte insieme a un uovo e tre cucchiai parmigiano, ottengo l’impasto perfetto per una piadina proteica e non so perché, se siamo tutti esperti, se siamo tutti qui a urlarci addosso come dormire, come respirare e come affrontare l’ennesima malattia capitalista da cui siamo affetti, ancora non abbiamo risolto i nostri problemi. Perché non arriva un momento in cui possiamo dirci: «A posto, mi sembra tutto chiaro. Capitalismo sviscerato, lombalgia scongiurata, segreto per il porridge low cal proteico sbloccato: bravi tutti, ora non ci resta che andare a fare qualcosa di meglio delle nostre vite». Non lo facciamo. Perché non vogliamo, o forse non possiamo.
Nel suo Internet è una foresta oscura – uscito per Nero proprio in questi giorni (lo presento domenica da Mercurio Pigneto con Valentina Tanni e Simone Sauza, che ne ha curato la traduzione) – la teorica dei media Bogna Konior parla della nascita di una cultura di riflesso, ovvero del modo in cui le nuove tecnologie usano emulazione e simulazione per raccogliere, riorganizzare e riprodurre la cultura umana, che «poi ci viene restituita sotto forma di copie nuove e bizzarre». Konior si concentra sulle intelligenze artificiali che dominano la rete e sulla loro capacità di replicare, attraverso immagini e linguaggio, i nostri comportamenti, ma l’idea di una cultura di riflesso non mi sembra così lontana dall’addestramento che trend virali e algoritmi esercitano già sulla produzione di contenuti, sempre più uguali e ripetitivi, come se una mente superiore ne controllasse la forma.
Il lavoro di Konior parte dagli scritti di Liu Cixin – in particolare dalla teoria della foresta oscura formulata nella trilogia Memoria del passato della Terra, secondo cui una civiltà intelligente, per sopravvivere, dovrebbe evitare di rivelare la propria presenza nell’universo – per produrre una teoria della foresta oscura di Internet: l’idea che il web sia «un ecosistema brulicante di agenti che setacciano le nostre parole e imparano dalle nostre abitudini». In silenzio, ostentando una stupidità che non gli appartiene. Mentre gli spazi aperti e visibili della rete si presentano come luoghi amichevoli, pronti ad accogliere i nostri pensieri, le nostre forme di autorappresentazione e i nostri video sulle piadine keto, oltre il velo si nasconderebbe un ambiente ostile e silente, nel quale bot, crawler, scraper e altre forme di intelligenza artificiale si rivelano presenze molto più ubique e potenti di quanto pensiamo. A differenza dell’antologia curata da Yancey Strickler, nella quale la foresta oscura è immaginata come un possibile spazio di resistenza per gli esseri umani, per Konior questa metafora riguarda meno una nuova visione del web che la comprensione dei nostri limiti strutturali. Secondo la teorica, infatti, invece di cercare intelligenze diverse dalla nostra nei segnali, nelle tracce, nelle prove di contatto, dovremmo cercarle nella capacità di non esporsi, di non farsi riconoscere, di confonderci e ingannarci. E se è vero che un’intelligenza aliena superiore potrebbe riconoscersi proprio nella capacità di restare in silenzio, non ci resta che desumere che la nostra potrebbe essere la più stupida di tutte. Arroganti e narcisisti, ostentiamo conoscenze e capacità di cui ignoriamo la portata, mentre urliamo al cielo e ai nostri schermi nella speranza di essere visti, ascoltati, emulati.
La mente umana non può reggere a lungo il brusio costante della rete, e tuttavia non riesce a sottrarsi a una partecipazione compulsiva. Un tempo i prompt delle piattaforme social ci punzecchiavano così: «Cosa hai in mente?», «A cosa stai pensando?», «Com’è il tuo umore adesso?», «Di’ qualcosa», intimava il chatbot. Oggi non c’è nemmeno bisogno che siano così espliciti. Il coinvolgimento è sempre meno negoziabile e sempre più subliminale: cattura i nostri corpi, i nostri ormoni e la nostra attenzione senza che scegliamo davvero di esporci a determinati stimoli, o che decidiamo noi come reagire a ciò che assorbiamo così in fretta.
Non serve credere negli extraterrestri. È una profezia che si autoavvera. Trascorriamo ore a ballare davanti alla fotocamera, a spiegare come ci alleniamo, come mangiamo, come ci trucchiamo, come funzionano i nostri desideri, i nostri corpi. Le nostre energie e la nostra intelligenza ci hanno portati esattamente qui: a comunicare incessantemente, parlandoci sopra, senza rivolgerci a nessuno, perché tutti sono impegnati a fare la stessa cosa, a produrre emulazioni costanti dello stesso contenuto, accettando la simulazione come un habitat naturale. Ci consigliamo a vicenda di smetterla, di trovare un equilibrio salutare, ma siamo così alienati dalla vita prima di questa tecnologia e così assoggettati all’effetto chimico che ha su di noi, da non sapere che altro fare se non continuare.
Privati della volontà, diventiamo inerti, come gli algoritmi con cui stringiamo un’intimità neurologica, lasciando che manipolino i nostri circuiti di endorfine e i nostri impulsi sociali. Le nostre nevrosi, le nostre emozioni e la nostra attenzione sono dirette e controllate dai computer, i quali a loro volta non hanno alcun fine chiaro se non quello di mantenere la deriva. L’immediatezza, la velocità, il tono emotivo di internet e la mescolanza di stimoli umani e macchinici rendono gli utenti euforici, frenetici, ipnotizzati, poi svuotati, consumati, esausti (e pronti a ricominciare). Questi stati dissociativi di «abbandono mentale» online sono lacune nella nostra esperienza del sé. Ci viene sottratta l’esperienza della scelta, così che un altro apparato possa prenderne il posto – il linguaggio, l’artificio, l’impulso – trascinandoci sempre di più in uno sciame in movimento. Internet è una forma di claustrofobia rivolta a un’interiorità che ci appartiene solo in apparenza.
Nella sua raccolta di poesia intitolata Alphabet, la poetessa danese Inger Christensen costruisce un catalogo del vivente e della sua possibile distruzione, intrecciando l’ordine alfabetico alla progressione di Fibonacci. Ogni sezione corrisponde a una lettera e cresce secondo una sequenza numerica. All’inizio nomina ciò che esiste: albicocche, felci, more, cicale, rondini; poi, man mano che la struttura si allarga, dentro il catalogo entrano la guerra nucleare, la devastazione ecologica, la morte. La forma più elementare dell’ordine (l’alfabeto) e una delle forme matematiche della crescita naturale (Fibonacci) diventano il modo per raccontare insieme la proliferazione della vita e la possibilità della sua cancellazione che, da sempre, coesistono nel caos dell’esistenza.
apricot trees exist, apricot trees exist
bracken exists; and blackberries, blackberries;
bromine exists; and hydrogen, hydrogencicadas exist; chicory, chromium,
citrus trees; cicadas exist;
cicadas, cedars, cypresses, the cerebellumdoves exist, dreamers, and dolls;
killers exist, and doves, and doves;
haze, dioxin, and days; days
exist, days and death; and poems
exist; poems, days, death
«Se non guardi il telefono non esiste», mi ha detto mia madre l’ultima volta che ci siamo viste. «Guardi nello schermo e tutte quelle cose esistono: l’intelligenza artificiale, gli algoritmi, TikTok. Ma se non lo guardi sparisce tutto, non esistono più». Lo pensavo anche io. Non ne sono più così sicura.





Mi piace il tuo pezzo, ma “non lo so”…
Innamorata di questo pezzo, grazie.